Provate a leggere con attenzione la prossima risposta che vi darà ChatGPT, o il prossimo post motivazionale che scorrerà nella vostra timeline di LinkedIn. C'è una struttura che, una volta che imparate a riconoscerla, non riuscirete più a non vedere:
Non sono un consulente. Sono un architetto del cambiamento.
Non vendo prodotti. Costruisco esperienze.
Questo non è un corso. È un percorso di trasformazione.
Il modello afferma qualcosa e, nello stesso respiro, lo nega per sostituirlo con qualcosa di più grande, più forte, più solenne. È un tic così diffuso da essere diventato una specie di firma del testo generato automaticamente.
Quello che quasi nessuno dice è che questo tic ha un nome. Un nome greco, di oltre duemila anni fa, che Cicerone e Quintiliano usavano con piena consapevolezza: epanortosi.
La domanda che vorrei affrontare è semplice da porre e sorprendentemente difficile da chiudere. Quando una macchina produce una figura retorica classica senza sapere nulla di retorica, cosa sta succedendo davvero? È un caso? Un artefatto statistico privo di senso? Oppure questa coincidenza tra la retorica antica e la statistica delle reti neurali ci dice qualcosa di profondo sul linguaggio stesso?
01Cos'è l'epanortosi
La parola viene dal greco ἐπανόρθωσις (epanorthosis): epi, "sopra, in aggiunta", e anorthosis, "raddrizzamento". Letteralmente, "raddrizzare ulteriormente". Il parlante torna su ciò che ha appena detto per correggerlo. Ma la correzione non è un errore emendato: è una mossa deliberata. Si torna indietro per rafforzare, attenuare o precisare.
L'epanortosi si presenta in tre forme, ognuna con una funzione diversa.
C'è quella enfatica, la correzione al rialzo, dove un termine viene sostituito da uno più forte: "È buono, anzi eccellente"; "Non è bravo: è un genio". C'è quella attenuativa, la correzione al ribasso: "È un disastro, cioè… un imprevisto". E c'è quella correttiva in senso stretto, dove si cambia la sostanza: "Correva, anzi camminava a passo svelto"; "Ha mentito… no, diciamo che ha omesso".
La cosa interessante è che non si tratta di una figura da manuale, riservata agli oratori. È una delle figure più comuni del parlato quotidiano. Ogni volta che diciamo "cioè", "anzi", "o meglio", stiamo facendo epanortosi senza saperlo. "Arrivo tra un'ora, anzi, forse due."
02Un piccolo viaggio nella retorica classica
Per capire perché tutto questo conta, vale la pena vedere da dove arriva.
Già Aristotele, nella Retorica, collega l'autocorrezione a un meccanismo persuasivo preciso: l'oratore che si corregge sembra sincero, riflessivo, onesto. Non sta recitando un copione: sta pensando davanti a noi. La spontaneità, vera o simulata, è uno strumento potentissimo.
Quintiliano, nell'Institutio Oratoria (intorno al 95 d.C.), è ancora più esplicito: l'epanortosi serve a movere, a commuovere. Ha tre funzioni: enfatizzare (la prima formulazione era insufficiente), dare l'impressione di un pensiero genuino e non preparato, e mostrare umiltà, disponibilità a rivedersi.
L'esempio più celebre è di Cicerone, nella prima Catilinaria:
Abiit, excessit, evasit, erupit.
Cicerone, In Catilinam I · «Se ne andò, uscì, fuggì, irruppe fuori.»
Quattro verbi, ognuno corregge e amplifica il precedente. È una catena di epanortosi che costruisce un crescendo drammatico. Cicerone sapeva esattamente cosa stava facendo.
E poi c'è il caso più impressionante di tutti, in Dante, alla fine del canto di Ugolino:
Poscia, più che 'l dolor, poté il digiuno.
Dante, Inferno XXXIII, 75
Qui la correzione cambia il senso della scena intera: non fu il dolore a uccidere Ugolino, ma la fame. È un'epanortosi correttiva di potenza devastante, dove la precisazione finale ribalta tutto ciò che si era creduto fino a quel verso.
03Il dettaglio che cambia tutto: Fontanier
Per il nostro discorso, però, l'autore decisivo è un retore francese dell'Ottocento, Pierre Fontanier, nelle Figures du discours (1827). Fontanier fa una distinzione che sembra pignola ma è cruciale: separa la correction, che considera una figura di stile, dall'épanorthose, che colloca tra le figure di pensiero.
«La Rétroaction, autrement Épanorthose, qu'il ne faut pas confondre avec la Correction, figure de style, consiste à revenir sur ce qu'on a dit, ou pour le renforcer, ou pour l'adoucir, ou même pour le rétracter tout-à-fait.»
Pierre Fontanier, Les Figures du discours, 1827
Perché è importante? Perché se l'epanortosi è una figura di pensiero e non di stile, allora è un'operazione discorsiva generale. Non appartiene solo alla bella scrittura o all'oratoria: la si può osservare ovunque ci sia linguaggio, comprese le risposte di un modello statistico. E soprattutto, la si può studiare indipendentemente dall'intenzione di chi la produce.
Tenete a mente questo punto. È il ponte che ci permette di passare da Cicerone a ChatGPT senza barare.
04Perché le macchine ci cascano
Arriviamo al cuore del fenomeno. Per capire perché i modelli linguistici producono epanortosi a raffica, bisogna capire una cosa sul modo in cui scrivono. Un modo profondamente diverso dal nostro.
Un modello genera testo in maniera autoregressiva: una parola alla volta, da sinistra a destra. Ogni parola dipende solo da quelle che la precedono. E qui c'è il punto che spiega quasi tutto: ogni parola è definitiva. Una volta che il modello ha scritto "buono", non può tornare indietro a cancellarlo. Non esiste un tasto Canc. Se il calcolo delle probabilità, un istante dopo, suggerisce che "eccellente" sarebbe stato più adatto, l'unica strada disponibile è andare avanti correggendo: "buono, anzi eccellente".
Confrontatelo con come scriviamo noi. Pianifichiamo, buttiamo giù una bozza, rileggiamo, cancelliamo, riscriviamo. La revisione avviene prima di mostrare il testo. Il lettore vede solo il risultato pulito. Il modello, invece, scrive in diretta e non può ritrattare nulla: può solo aggiungere in avanti.
Da qui un piccolo paradosso che vale la pena dire ad alta voce. Gli esseri umani possono correggere prima di pubblicare, eppure spesso scelgono l'epanortosi per effetto retorico. I modelli non possono correggere prima di pubblicare, e quindi producono epanortosi per necessità strutturale. Il risultato sulla pagina è identico; la causa è opposta.
A questa pressione strutturale si sommano due ingredienti. Il primo sono i dati di addestramento: enormi quantità di testo da internet, dove una fetta consistente arriva da copywriting, post motivazionali, landing page, contenuti in cui l'epanortosi enfatica è associata a tanti like. Il modello ha "imparato" che quella struttura funziona. Il secondo è la fase di messa a punto con feedback umano (RLHF): i valutatori tendono a preferire risposte che suonano sicure, incisive, appassionate. E poche cose suonano sicure e appassionate quanto una bella correzione al rialzo.
Il pattern che ne esce è sempre lo stesso, e adesso che lo dico vi accorgerete di averlo già visto mille volte. La forma più comune è "Non X. Y": nega un termine e lo sostituisce con uno più grandioso. (Sì, l'ho usata anch'io nell'apertura di questo pezzo, di proposito: è la prova più rapida che sappiamo riconoscerla.) Poi ci sono le varianti: "Non solo X, ma Y", "X, anzi Y", "X. O meglio, Y", "X? No. Y".
Da provare stasera: se in un paragrafo trovate tre o più «Non X. Y», la probabilità che quel testo sia generato è molto alta. È una delle impronte digitali più affidabili.
05Quando la correzione serve davvero: il ragionamento
Fin qui ho parlato di un tic stilistico. Ma c'è un punto in cui l'autocorrezione dei modelli smette di essere decorazione e diventa funzione.
Dal 2022 sappiamo che i modelli rispondono molto meglio se chiediamo loro di "ragionare passo per passo" prima di concludere: la tecnica del chain-of-thought. E nei passaggi intermedi compare un'epanortosi correttiva in piena regola: "Wait, that's not right, let me recalculate…"; "Actually, let me reconsider."
La domanda è inevitabile: quando il modello scrive "aspetta, riconsidero", sta davvero riconsiderando? La risposta onesta è scomoda. Non c'è dentro nessun modulo che si attiva con "aspetta", nessuna rappresentazione del "ripensarci". Eppure la sequenza di parole "aspetta, riconsidero" sposta il contesto, e quindi sposta le probabilità dei token successivi verso ragionamenti alternativi. Il risultato è che l'autocorrezione testuale funziona davvero: i modelli che esplicitano i ripensamenti rispondono in modo più accurato.
È un paradosso elegante. La forma retorica, svuotata di qualsiasi contenuto mentale, produce comunque effetti concreti. È come se la struttura del linguaggio avesse un potere causale che prescinde da chi la usa.
E c'è un rovesciamento storico che mi piace molto. La retorica classica insegnava agli oratori a simulare l'autocorrezione per sembrare più credibili. L'ingegneria moderna insegna alle macchine a praticare l'autocorrezione per essere effettivamente più accurate. Stessa forma, direzione invertita. L'approccio di Anthropic chiamato Constitutional AI, in cui il modello scrive, si critica rispetto a una "costituzione" di principi e si riscrive, è esattamente questo: epanortosi ingegnerizzata, che avviene dietro le quinte prima ancora che noi vediamo la risposta.
06Figura retorica o artefatto statistico?
Qui il discorso diventa filosofico, ed è il punto in cui vale la pena rallentare.
Quando un essere umano dice "è buono, anzi eccellente", dietro la correzione c'è qualcosa: ha valutato il primo termine, l'ha confrontato col proprio giudizio, ha deciso che non bastava. C'è intenzione. Quando un modello produce la stessa struttura, dietro non c'è altro che un calcolo: "anzi" segue "buono" perché nei dati quella sequenza era frequente in contesti simili.
È il vecchio esperimento mentale della Stanza Cinese di Searle, applicato alla retorica. Una persona chiusa in una stanza manipola simboli cinesi seguendo regole, senza capire una parola di cinese. I suoi output sono indistinguibili da quelli di un madrelingua, ma non c'è comprensione. Allo stesso modo: il modello produce figure retoriche perfette, ma, a quanto pare, senza alcuna retorica nel senso classico, senza persuasione intenzionale, senza adattamento all'uditorio.
Oppure no. Perché c'è un'obiezione forte. Se definiamo la retorica non dalle intenzioni, ma dagli effetti che produce sull'ascoltatore, allora l'intenzione del parlante diventa irrilevante. L'epanortosi di un modello persuade, enfatizza, chiarisce esattamente come quella di Cicerone. Se la retorica è ciò che fa, allora anche le macchine fanno retorica.
Due posizioni, entrambe difendibili. Per gli intenzionalisti, la retorica richiede una mente: un pappagallo che dice "ti amo" non esprime amore. Per i funzionalisti, conta il risultato: il fumo di una macchina segnala un incendio quanto il fumo di un fuoco. Probabilmente la verità è che ci serve un vocabolario nuovo: le categorie pensate per il discorso umano intenzionale non bastano a descrivere quello che fanno i sistemi statistici, ma non sono nemmeno inutili. La convergenza tra pattern antichi e pattern artificiali ci dice qualcosa che vale la pena ascoltare.
07Riconoscere il testo generato
Lasciamo per un attimo la filosofia, perché tutto questo ha una ricaduta concreta: ci aiuta a capire quando un testo è stato scritto da una macchina.
L'epanortosi ripetuta è solo uno dei segnali. Da soli non bastano mai, ma insieme formano una firma riconoscibile. Il linguaggio grandiloquente senza sostanza: "architetto del cambiamento", "catalizzatore di innovazione", metafore impressionanti che, smontate, non dicono nulla. Le false dicotomie: "non vendo prodotti, creo relazioni", quando le due cose si possono benissimo fare insieme. L'hedging sistematico, i qualificatori in eccesso. Le conclusioni tautologiche, che riformulano la premessa fingendo di aggiungere qualcosa.
Come editori e come lettori, qualche regola pratica aiuta. Contate le epanortosi: più di due "Non X. Y" in cinquecento parole è sospetto. Cercate la specificità: ci sono nomi, numeri verificabili, esperienze concrete, o solo affermazioni generiche? Verificate le citazioni, perché i modelli ne inventano con grande disinvoltura. Leggete ad alta voce: il ritmo è troppo uniforme, troppo "perfetto"? E soprattutto cercate la voce: un testo umano ha un punto di vista, delle idiosincrasie; un testo generato è spesso equidistante e diplomatico su tutto.
L'avvertenza, però, è seria: nessuno di questi segnali è definitivo, anche gli umani usano l'epanortosi, e i modelli recenti stanno imparando a evitare i pattern più scoperti. L'unico strumento davvero affidabile resta la competenza critica di chi legge.
08Si può misurare? E si può ridurre?
Una domanda che ci siamo posti è se questo fenomeno si possa misurare in modo sistematico, e non solo riconoscere a naso.
Per farlo abbiamo costruito un corpus di riferimento di testi scritti da esseri umani in italiano, articolato in cinque generi diversi: parlato spontaneo (dal corpus KIParla), prosa accademica filosofica, narrativa dell'Otto-Novecento, giornalismo e scrittura social da Reddit. Tutto materiale anteriore alla diffusione dei modelli generativi, per essere sicuri di misurare l'epanortosi umana come baseline, prima di confrontarla con quella delle macchine. Sopra ci abbiamo costruito un rilevatore automatico basato, in prima battuta, sui marcatori lessicali: ma, anzi, cioè, in realtà, la struttura "non… ma".
I risultati di un primo test sono istruttivi proprio nei loro limiti. Il rilevatore intercetta oltre metà delle epanortosi annotate a mano, ma genera moltissimi falsi positivi, perché parole come ma o cioè ricorrono di continuo anche senza funzione correttiva, specialmente nel parlato, dove sono spesso solo riempitivi. La precisione crolla nel parlato e sale nella prosa filosofica, dove il "non X, ma Y" fa davvero il lavoro argomentativo che promette. È esattamente il tipo di fenomeno sfuggente che richiede, a valle, un giudizio umano.
E si può ridurre? In linea di principio sì, senza riaddestrare un modello da zero: con tecniche di adattamento leggero (come la LoRA) si potrebbe insegnare a un modello a preferire formulazioni meno enfatiche a parità di contenuto. Ma qui si apre un nodo che mi sembra il più interessante di tutti: non esiste un'intensità "giusta" universale dell'epanortosi. La correzione non è un difetto: in molti contesti è chiarezza, è onestà argomentativa. Spingere troppo significherebbe appiattire. Il problema non è eliminare la figura, è la sua appropriatezza al contesto. E l'appropriatezza è proprio ciò che una macchina fatica di più a cogliere.
09La domanda da lasciare in sospeso
Concludo con l'idea che, secondo me, vale tutto il resto.
Se un sistema statistico, senza sapere nulla di retorica, riproduce spontaneamente le stesse figure che gli umani usano da millenni, forse quelle figure non sono invenzioni umane. Forse sono strutture emergenti del linguaggio, come i cristalli emergono dalle leggi della fisica. L'epanortosi sarebbe allora una specie di attrattore: una forma verso cui il linguaggio tende naturalmente, che lo produca un cervello o una rete neurale. Gli oratori classici non l'avrebbero inventata, l'avrebbero scoperta, come i matematici scoprono teoremi già veri prima di essere dimostrati.
I modelli, in questa luce, non sono imitatori imperfetti di noi. Sono esploratori dello spazio delle possibilità linguistiche, che trovano per via statistica le stesse strutture che noi troviamo per via cognitiva. La convergenza non è un difetto: è una conferma che quelle strutture appartengono al linguaggio, non al parlante.
E allora la sfida vera non è insegnare alle macchine a fare retorica migliore. È insegnare a noi a riconoscere quando la retorica è vuota, che venga da un modello o da una persona che ha imparato a scrivere come un modello. Perché il rischio più grande non è che le macchine scrivano come noi.
È che noi cominciamo a scrivere come loro.
Federico Boggia