Se si passa un po' di tempo a leggere testi scritti con l'aiuto di un modello linguistico, una costruzione torna più spesso delle altre. Il testo afferma qualcosa e subito lo riformula verso l'alto, come se la prima versione fosse stata solo un tentativo e la seconda arrivasse a sistemare le cose. È il movimento che nelle discussioni sullo stile dei testi generati viene chiamato epanortosi enfatica, e si incontra soprattutto nelle risposte dei chatbot e nei testi promozionali scritti con il loro aiuto.
Non sono un consulente. Sono un architetto del cambiamento.
Non vendo prodotti. Costruisco esperienze.
Questo non è un corso. È un percorso di trasformazione.
In tutti e tre i casi la prima formulazione viene negata e sostituita da una seconda più solenne. Chi legge riceve la versione finale con l'aria di quella esatta, e insieme un piccolo effetto di scoperta: sembra che il testo abbia trovato la parola giusta proprio in quel momento, davanti ai nostri occhi.
L'operazione ha un nome greco e una storia lunga: si chiama epanortosi, e i retori latini la trattavano come una tecnica precisa, con un nome proprio e delle regole d'uso. La figura, quindi, ha una tradizione alle spalle. Quello che è cambiato è chi la produce: oggi la produce anche un sistema statistico, e in quantità diverse da quelle in cui la produciamo noi.
01La figura si chiama epanortosi
Il nome viene dal greco ἐπανόρθωσις, «raddrizzamento», e nella manualistica latina compare come correctio. Consiste in una sola operazione: chi parla pronuncia un'espressione e la rivede subito dopo, lasciando visibile ciò che ha rivisto. La prima versione resta nel testo e fa parte del messaggio, insieme al ripensamento che l'ha corretta.
Funziona perché mette in scena un pensiero in movimento. Chi ascolta assiste a una revisione in diretta, e quella revisione dà l'impressione di un giudizio che si sta formando in quel momento: chi parla ha cercato la parola, l'ha soppesata, ne ha trovata una più adatta. È un effetto di sincerità, e si ottiene con pochissimo.
La revisione può andare in due direzioni. Al rialzo, quando la seconda parola è più forte della prima («è buono, anzi eccellente»), e al ribasso, quando attenua («è un disastro, cioè… un imprevisto»). Il caso di cui si discute a proposito dell'intelligenza artificiale è il primo, la correzione che sale di tono.
Nel parlato la figura è comunissima, e la usiamo senza accorgercene: ogni «cioè», «anzi», «o meglio» ne è un esempio, come in «arrivo tra un'ora, anzi, forse due». Quintiliano, nel nono libro dell'Institutio oratoria, la registra sotto diversi nomi latini (correctio, emendatio, reprehensio) e distingue la correzione che riguarda il pensiero da quella che riguarda soltanto la formulazione. L'esempio più noto viene da Cicerone, nella prima Catilinaria:
Hic tamen vivit. Vivit? immo vero etiam in senatum venit.
Cicerone, In Catilinam I, 2 · «Eppure vive. Vive? Anzi, viene addirittura in senato.»
L'affermazione viene prima, la correzione subito dopo: quell'«anzi» (in latino immo) presenta il «vive» come un'osservazione insufficiente e la sostituisce con una più grave. È la stessa operazione dell'«anzi» quotidiano, usata qui con uno scopo preciso.
Su questo esempio vale la pena fermarsi un momento, perché contiene una cosa che negli esempi di apertura manca. Il rilancio di Cicerone porta un'informazione: la prima frase dice che Catilina è vivo, la seconda aggiunge che si presenta perfino in senato, e il fatto nuovo è quello che rende grave l'accusa. Quando invece «non sono un consulente» diventa «sono un architetto del cambiamento», la seconda parte aggiunge tono e toglie precisione. La figura è la stessa; quello che cambia è se dopo la correzione il lettore sa qualcosa in più.
02Una figura di pensiero
Pierre Fontanier, retore francese dell'Ottocento e autore del catalogo di figure più sistematico in lingua francese, colloca l'epanortosi tra le figure di pensiero: quelle che agiscono sull'idea e sul modo di presentarla, e che restano relativamente indipendenti dalle parole scelte. Le figure di dizione e di costruzione, invece, si riconoscono dalla disposizione materiale dei termini: un'allitterazione o un chiasmo si vedono nella sequenza delle parole.
La distinzione sembra una questione da manuale, e ha invece una conseguenza pratica precisa quando si analizzano testi generati. L'epanortosi non ha una formula canonica. Il «non X, ma Y» è la realizzazione più visibile in italiano e in inglese, e accanto a quella ci sono molte altre forme che compiono la stessa operazione.
Altre superfici della stessa figura
- «più che X, Y»
- «X, o meglio Y»
- «definirlo X è riduttivo»
- «chiamarla X non le rende giustizia: è Y»
- «quello che sembra X in realtà è Y»
- «se non X, almeno Y», nella variante attenuativa
- «diciamo X. Anzi, Y»
Un'espressione regolare che cerchi «non… ma…» prende quindi la parte più esposta del fenomeno e lascia fuori tutto il resto. Chi prova a ridurre la figura incontra la stessa difficoltà dal lato opposto: vietare una forma sola sposta il fenomeno sulle altre, e la correzione al rialzo ricompare sotto una veste diversa.
03Da dove viene la tendenza
L'aggettivo «artificiale» serve a indicare l'origine del fenomeno. Nel paper che ho pubblicato su arXiv sostengo che questa tendenza è appresa, e che ha due fonti principali, entrambe legate al modo in cui un modello viene costruito.
La prima è la distribuzione dei dati di addestramento. I modelli leggono grandi quantità di testo raccolto dal web, e in quel materiale una parte consistente è fatta di copywriting, contenuti motivazionali e pagine di vendita, cioè i generi in cui la figura è più diffusa. Un modello linguistico impara le regolarità di ciò che legge: se una costruzione ricorre nei testi che il web replica e premia, quella costruzione entra a far parte del suo modo di scrivere.
La seconda è il preference tuning, la fase in cui il comportamento del modello viene messo a punto sulla base di giudizi umani. Nella forma più diffusa, che in gergo si chiama RLHF, delle persone confrontano due risposte e indicano quale preferiscono; il modello viene poi spinto verso il tipo di risposta che vince più spesso. In questa fase le formulazioni sicure e assertive tendono a essere preferite, e una correzione al rialzo suona sicura: somiglia al gesto di chi sa esattamente cosa vuole dire.
Resta la spiegazione che viene chiamata in causa più spesso, cioè il modo in cui un modello genera il testo. La scrittura procede da sinistra a destra, un token dopo l'altro, e una volta emesso un pezzo di frase non c'è modo di tornare a cancellarlo. Il contributo di questo meccanismo, però, è di amplificazione. Un modello ben addestrato emette di norma il token adeguato al primo tentativo e non ha bisogno di rimediare andando avanti; quando la tendenza appresa lo porta a correggere al rialzo, la correzione resta scritta, perché non esiste un cestino in cui buttarla.
Anche noi facciamo lo stesso lavoro, con una differenza di scena. Pensiamo, scriviamo una bozza, torniamo indietro, cambiamo una parola e mostriamo soltanto il risultato pulito: la revisione avviene in privato. Il modello scrive in diretta, davanti a chi legge, e ogni suo ripensamento finisce nel testo definitivo.
04Una misura: l'Indice di epanortosi
Da qui viene la proposta di misura. L'Indice di epanortosi è la densità della figura in un testo, rapportata alla densità che si osserva nei testi umani dello stesso genere. Il rapporto serve a evitare una trappola: la figura è di casa in un discorso pubblico e rara in una risposta tecnica, quindi un conteggio assoluto direbbe poco, mentre il confronto con lo stesso genere dice qualcosa.
Un valore vicino a 1 significa che il modello sta al passo di chi scrive quel genere. Sopra 1 la figura arriva più spesso che da noi: se in un certo registro gli esseri umani stanno a quindici occorrenze ogni diecimila parole e il modello a trentatré, l'indice è 2,2. Sotto 1 il modello la usa meno di noi.
La prima misurazione riguarda tre dimensioni della stessa famiglia di modelli instruction-tuned (Claude Haiku, Sonnet e Opus, che condividono una sola pipeline di allineamento), su otto generi testuali, con testi umani di pubblico dominio come riferimento. La significatività è stimata con un test di permutazione: si rimescolano molte volte le etichette dei due gruppi, per vedere quanto spesso il caso da solo produce una differenza come quella osservata. Il quadro che emerge è una mis-calibrazione per registro, e va in due direzioni opposte a seconda del genere.
| Registro | Umani | Modelli | Indice |
|---|---|---|---|
| Oratorio | 14,9 | 33,5 | 2,2× |
| Domanda e risposta informale | 8,2 | 1,3 | 0,2× |
| Argomentativo, giornalismo, enciclopedico | parità | ≈1× | |
Occorrenze della famiglia «non X, ma Y» per diecimila parole.
Nel registro oratorio i modelli stanno al doppio del tasso umano, e l'eccesso si concentra nelle taglie grandi: Sonnet arriva a 37 occorrenze e Opus a 46, mentre il modello più piccolo resta al livello umano. Nella scrittura informale di domanda e risposta succede il contrario: le persone si correggono e si qualificano con naturalezza, i modelli scendono a circa un quinto e restano piatti. Nella prosa argomentativa, giornalistica ed enciclopedica i due gruppi stanno alla pari.
Vale la pena dire fin dove arriva questo risultato, perché i limiti fanno parte del dato. Il corpus è piccolo e in inglese. Il rilevatore copre la famiglia «non X, ma Y», che è la parte centrale del fenomeno e lascia fuori le altre forme raccolte qui sopra. I valori di significatività (0,03 e 0,05) non sono corretti per confronti multipli, e sotto una correzione stretta nessuno dei due resterebbe significativo. È quindi un primo segnale, e riguarda soprattutto l'appropriatezza al registro.
05Ridurla senza eliminarla
Sul lato pratico, gli esperimenti che ho fatto in italiano danno due risultati. Il primo: un'istruzione di una riga nel prompt riduce la figura di una quota che va da circa la metà a quasi tre quarti, a seconda del genere richiesto. Il secondo: un adattatore LoRA addestrato in supervisione la rimuove quasi del tutto.
Un adattatore LoRA è un piccolo insieme di pesi aggiuntivi che si affianca al modello e ne corregge il comportamento, senza riaddestrarlo da capo. In questo caso ha un vantaggio utile: si applica con un coefficiente di scala, una specie di manopola che decide quanta correzione mettere, e regolando quella manopola si può fermare la riduzione esattamente sul tasso umano di ciascun genere.
Quel coefficiente indica l'obiettivo del lavoro: portare la figura al livello a cui la usiamo noi e fermarsi lì. Nella prosa argomentativa l'epanortosi è utile, perché capita di dover ammettere che una prima formulazione era imprecisa e di correggerla davanti al lettore. Un modello che non la usa mai appiattisce proprio i testi in cui servirebbe.
Metodo, corpus, numeri e rassegna delle tecniche di mitigazione stanno nel paper in inglese: Artificial Epanorthosis: Why large language models overuse a classical rhetorical figure, and how to mitigate it (arXiv:2607.21498). C'è anche una scheda in italiano con la sintesi dei risultati.
06Cosa cambia per chi scrive
L'epanortosi è una figura legittima, e nel parlato la usiamo tutti. Quello che conta è la quantità in cui compare e il registro in cui si trova, e per accorgersene bastano tre verifiche, da fare in rilettura e senza strumenti.
Le tre verifiche
- Densità. Conta le correzioni al rialzo in un paragrafo: tre o più in poche righe indicano un testo che si sta gonfiando.
- Registro. Chiediti se il genere la sostiene. Un discorso pubblico la regge, una scheda tecnica o una mail di lavoro no.
- Forme. Controlla che la stessa costruzione non torni identica a pochi capoversi di distanza: è spesso la ripetizione a far suonare meccanico un testo.
Per chi scrive con l'assistenza di un modello queste verifiche funzionano meglio di un divieto generico. Chiedere di «evitare il non-X-ma-Y» ottiene una redistribuzione sulle altre forme, che è quello che la classificazione di Fontanier lascia prevedere. L'istruzione efficace nomina densità e registro: «al massimo una correzione enfatica in tutto il testo, e solo se chiarisce qualcosa».
La figura, per il resto, resta a disposizione. Conviene usarla quando la seconda formulazione aggiunge qualcosa, precisa un termine o cambia il senso della prima, come nell'esempio di Cicerone. Il resto del lavoro resta a chi scrive: le informazioni verificate, gli esempi propri, la posizione che si è disposti a difendere.
Riconoscere la figura in un testo generato
Gli indizi ricorrenti sono tre: la stessa forma ripetuta a distanza ravvicinata; una densità alta in un registro che non la richiede, di solito promozionale; la falsa opposizione, cioè un «X» negato che potrebbe convivere benissimo con «Y», come in «non vendo prodotti, creo relazioni».
Nessuno dei tre è una prova. Anche noi usiamo l'epanortosi, i modelli più recenti attenuano i pattern più evidenti, e in ogni caso la figura fa parte dello stile di molti testi umani. Servono soltanto a leggere con più attenzione: per sapere da dove viene un testo servono informazioni che il testo da solo non contiene.
07Cosa resta da capire
Quando una persona dice «è buono, anzi eccellente», dietro c'è un giudizio: ha valutato e ha deciso che la prima parola non bastava. Quando lo fa un modello, dietro c'è una regolarità statistica appresa su testi in cui quella sequenza era frequente e veniva premiata. Sulla pagina il risultato è identico, e la differenza sta in un processo che chi legge non vede.
C'è poi un'ipotesi che vale la pena mettere sul tavolo, e che mi interessa quanto l'allarme sullo stile. Un sistema che non ha studiato retorica riproduce da solo figure che i manuali catalogano da millenni. Può essere che quelle figure descrivano strutture verso cui il linguaggio tende comunque, indipendentemente da chi lo produce: in quel caso i retori antichi avrebbero messo per iscritto una proprietà del linguaggio, e un modello statistico la ritroverebbe per la stessa ragione per cui l'hanno trovata loro, cioè perché è lì.
Resta un'ipotesi, e il quadro pratico non cambia. Il difetto dei modelli riguarda l'appropriatezza al registro: la figura arriva in abbondanza dove compiace il lettore e manca dove servirebbe qualificare un'affermazione.
La parte che riguarda chi legge e chi scrive, invece, è la stessa da prima dei modelli linguistici: riconoscere la retorica vuota e chiedersi che cosa dice davvero una frase, quando si toglie l'enfasi. Vale per un testo generato e vale per un testo scritto da una persona che ha imparato a scrivere come un modello, che al momento è il caso più frequente dei due.
Federico Boggia